Subito una confessione. Questo è un libro che uno come me – che in qualità di corrispondente ha passato venti e più anni nell’Unione Sovietica – avrebbe voluto scrivere. C’è arrivata, in maniera superba, Marina Rossi. Ed io ne sono contento ed entusiasta. Perché ho letto con passione tutto quello che lei ha notato, raccolto, spiegato, illustrato… Un lavoro di tutto rispetto. Vero e di grande valore storico. Un documentario della vita. Un “correva l’anno” che va dal 1941 al 1945 e che porta alla luce nomi e fatti di un’epoca che non tornerà mai più, ma il cui ricordo è fondamentale per la conoscenza. E tutto questo tenendo anche conto che, in occidente, non c’è molto da leggere sulla seconda guerra mondiale combattuta dai sovietici. Poche “storie” ufficiali, alcuni testi di memorialistica. E qualche bel film. Ma non c’è mai stata una produzione di massa. E così il “soldato Ryan” ha battuto il “soldato Ivan” e tutto è rimasto fermo a quei bicchieri – di vodka e di whisky - con i quali i soldati russi ed americani brindarono sulle sponde dell’Elba come ha “cantato” il poeta Evtusenko.
Il libro della Rossi apre pagine inedite. E’ la storia documentata e avvincente di ben trecento ragazze degli anni Quaranta che si arruolarono nell’Armata Rossa per essere poi inserite nei reparti dell’aviazione. Furono loro la punta d’avanguardia di quelle 800.000 ventenni che vestirono le divise dell’Armata combattendo in prima linea. L’opera attuale si concentra ora sull’aviazione “femminile” dell’Urss nell’arco di tempo di quella guerra che i sovietici hanno sempre definito come “guerra patria”. E così ci troviamo a vivere le esperienze degli anni ’40 quando i piloti della Luftwaffe cominciarono a conoscere le donne-pilota della Russia. Furono chiamate “Streghe della notte”. Appartenevano al 588° reggimento femminile da bombardamento leggero notturno. Le vicende narrate hanno come base di partenza l’anno 1927 quando l’Urss vive tra “immani tragedie e grandi speranze”.
Marina Rossi va alla ricerca delle tante storie: trova documenti, raccoglie interviste e si serve di preziosi testimoni come Evghenij Chaldei, una figura di spicco nella fotografia mondiale. Fotocorrispondente dell’agenzia Tass fu, infatti, uno dei testimoni delle azioni di guerra dell’Armata Rossa. Poi l’autrice raccoglie le storie delle maggiori donne dell’aviazione sovietica. Dalla celebre Marina Raskova, alle altre “streghe”: Polina Gelman, Irina Luneva, Aleksandra Makunina, Ekaterina Migunova, Ekaterina Polunina, Nadezda Popova, Irina Rakobolskaja… Nomi che hanno segnato pagine eroiche gettando nel panico i piloti della aviazione tedesca. E così questa “riscoperta” della storia ci porta a rivalutare il loro grande contributo dato alla vittoria definitiva. Ne esce uno spaccato sino ad oggi inedito in questo nostro occidente che macina solo storie da 007 o da Rambo. Le “streghe” sono restate nell’ombra. E così Marina Rossi le presenta. A partire, appunto, da quella Marina Raskova che nel 1931 entrò nell’accademia aeronautica “Zukovskij”. Aveva 19 anni. E da allora la sua strada fu caratterizzata da voli d’addestramento sino a divenire “ufficiale di rotta”. Poi, nel 1933, pilota. Sono gli anni della aggressione nazista all’Urss. “Fino alla guerra – dice Nadja Popova intervistata da Marina Rossi – c’erano manifesti che invitavano ad andare in paracadute, a volare, a frequentare dei corsi di tiro”… Comincia la grande avventura. Nel 1941 mentre la Wehrmacht spinge la propria offensiva contro il cuore del paese la Raskova viene autorizzata a creare un gruppo di aviatrici. E’ Stalin a firmare il decreto che autorizza la costituzione di tre reggimenti femminili: il 586 formato da caccia bombardieri, il 587 da bombardieri in picchiata, il 588 con apparecchi adatti ai bombardamenti leggeri notturni. Marina Raskova è la diretta responsabile di questa operazione. Da quel momento è guerra. Le “streghe” compiono il loro dovere. E Marina Rossi, con una puntigliosa e documentatissima ricerca, le segue giorno per giorno. Riporta le loro testimonianze, i duelli nel fronte occidentale, la vittoria, il dopoguerra, la ricerca delle compagne di guerra nel tradizionale appuntamento a Mosca, nel giardino del teatro Bolscioj, ogni 9 maggio, giorno della Vittoria… E così passa la storia di un’intera epoca.
Qualcuno ha voluto polemizzare con certi toni del libro. Sostenendo che l’Urss di Stalin uscirebbe deformata dalle interviste raccolte. Ma io che conosco un po’ di quel mondo posso dire apertamente che non ho trovato nessuna deformazione. Ho ritrovato il calore della gente che ho fatto in tempo a conoscere ed apprezzare. Ho rivisto la vita di quelle “streghe” che credevano nel loro Paese. E per questo, allora, hanno vinto. Tutto qui. Senza sogni o speranze. Marina Raskova morì il 4 gennaio 1943 in un’azione di guerra. Le sue ceneri sono state tumulate nelle mura del Cremlino. A Mosca resta anche una via che porta il suo nome. Un viale che si trova a poca distanza da quell’accademia aeronautica “Zukovskij” che la vide allieva quando aveva appena 19 anni. Grazie quindi a Marina Rossi (docente di storia russa all’Università di Trieste ed autrice, tra l’altro, di tante altre opere e saggi) per aver ridato luce ad un periodo di guerra che meriterebbe nuove ed ampie indagini. Per ora ci resta il ricordo di quelle ragazze. Ed è una di loro a narrare: “Ci diedero la divisa e gli stivali… Una prima disposizione ci impose il taglio dei capelli fino a metà orecchio, identico a quello dei maschi. Potevamo tenere le trecce solo col permesso di Marina Raskova. A noi, ragazzine d’età compresa tra i 17 e i 22 anni, lei, che ne aveva 28, appariva una donna adulta…”.
Recensione di Carlo Benedetti