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PERLE AI PORCI-GIANMARCO PERBONI-RIZZOLI

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PERLE AI PORCI-GIANMARCO PERBONI-RIZZOLI
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Perboni racconta un suo anno di insegnamento alle prese con adolescenti dediti solo ad infarcire i loro diari scolastici di adesivi ed a cercare di sfuggire interrogazioni e altre fatiche scolastiche. Il libro vuole essere scherzoso e ironico, in sintonia con lo stile del suo blog.

Fra insegnanti lo scrivere poesie, filastrocche per i propri alunni o diari ironici di una sessione di esame di stato è cosa piuttosto comune. Si riesce facilmente a rappresentare con leggerezza e qualche risata la propria non facile vita lavorativa e, spesso, a sdrammatizzare problemi anche molto seri.

Eppure, come insegnante, il libro di Perboni mi ha infastidito.

Trovo che questo periodo per la scuola pubblica italiana sia un periodo duro ed oscuro e che non ci sia proprio niente da ridere. Non con innumerevoli insegnanti licenziati per i tagli sconsiderati alla spesa pubblica, non sulle difficoltà di un lavoro molto spesso scelto, ma difficile e talmente frustrante da diventare sofferenza, non quando si hanno davanti 28 alunni in una prima superiore e ci vuole tutto l’anno per impararne i cognomi, non quando l’orario di insegnamento è diventato pesante al punto tale che non resta tempo per aggiornarsi, per programmare la didattica con i colleghi, per ascoltare le esigenze dei propri alunni, per proporre loro una didattica alternativa o per interessarli allo studio accompagnandoli a seminari o conferenze, non quando i colloqui con i genitori diventano colluttazioni e quando l’intera società ti considera un lavoratore di serie B (“è giusto che guadagni poco perché non produce nulla”), che si assenta dal lavoro in modo incontrollato e merita gli strali del ministro Brunetta….

Inoltre mi è seccato anche che il libro rida degli adolescenti di oggi, dei miei alunni di prima superiore con i visi da bambini, che hanno uno spazio vitale fra loro e il banco di circa 10 cm perché sono in 29 in classe, ragazzi che devo zittire quando interrompono la lezione per fare domande, perché sono troppo numerosi per permettermi risposte, ragazzi che soffrono di situazioni famigliari difficili o che hanno genitori che preferiscono leggere i voti dei propri figli su un registro elettronico, perché non parlano con loro e perché non ritengono doveroso e produttivo parlare con il professore del proprio figlio; gli adolescenti che ho di fronte, dietro la loro rumorosa indisciplina, nascondono malesseri e fragilità: bisticciano tra loro soltanto per “sentire” se stessi, divengono profondamente tristi perché ad un loro sfogo affidato a facebook un compagno ha risposto con un “ha, ha, ha…” che è suonato scherno e li ha fatti sentire soli anche in un luogo non luogo, durante una comunicazione virtuale.

L’adolescenza è un periodo della vita particolarmente duro da superare e la scuola ne è parte fondamentale. Se un ragazzo di sedici anni ti dice che non vede assolutamente l’utilità di venire a scuola, che ha la continua, dolorosa sensazione di stare sprecando il proprio tempo senza alcuna prospettiva per il futuro, senza progetti e finanche senza sogni, non c’è proprio niente da ridere.

Non ho in mente l’alternativa alla risata, al parlare in modo leggero dei problemi scottanti della scuola italiana. So solo che questo governo la sta facendo diventare grigia e stanca, con costi improponibili per le famiglie in questi anni di crisi, con personale docente sovraccarico di lavoro e malpagato, ancora precario in età avanzata, che in parte si tace e in parte cerca, come ha sempre fatto, di fare un po’ di più di quanto gli viene richiesto, proprio per quegli adolescenti, quelli di facebook, quelli con famiglie sofferenti, quelli con problemi economici, quelli che non vogliono studiare, quelli che si rifugiano in sballi che li lasciano abulici e stravolti.

Però non basta più! 

 

Recensione di Sandra Rebecchi

Insegnante di scuola superiore

Ultimo Aggiornamento: mercoledì, 22 novembre 2017 10:03

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