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I PRIGIONIERI ITALIANI IN RUSSIA - MARIA TERESA GIUSTI - IL MULI

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I PRIGIONIERI ITALIANI IN RUSSIA - MARIA TERESA GIUSTI - IL MULI
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La memoria è storia. E sono "memoria" le tradizioni orali di vita e di esperienza. Sono "memoria" le biografie, le analisi, le ricostruzioni, le trattazioni ragionate. Ecco, quindi, che in periodo di revisioni e di facili dimenticanze vanno anche rilette e riesaminate molte tensioni irrisolte del rapporto storia-memoria. Partiamo da alcune date. Il 30 maggio 1941 Mussolini incarica il Capo dello Stato Maggiore dell'esercito, generale Ugo Cavallero, di costituire un Corpo di spedizione italiano (CSIR) da inviare sul fronte russo. Il 22 giugno 1941 prende avvio l'attacco tedesco all'URSS, avendo come alleati italiani, finlandesi, ungheresi e romeni. Si trattò dell'"operazione Barbarossa", con cui Hitler pensava di poter in breve tempo sconfiggere l'URSS e impadronirsi delle sue risorse. Il 10 luglio 1941 partono dall'Italia 216 vagoni ferroviari diretti ad est. E' il Corpo di spedizione italiano in Russia che è guidato dal generale Giovanni Messe. Conta 62.000 uomini distribuiti nelle divisioni di fanteria "Torino" e "Pasubio" e nella divisione "Celere" formata da un reggimento di bersaglieri, due reggimenti di cavalleria e da quattro battaglioni di camicie nere. Il CSIR comprende anche 83 velivoli di cui 51 apparecchi da caccia, da ricognizioni e 10 da trasporto, e il XXX raggruppamento d'artiglieria di Corpo d'Armata. Il CSIR ha in dotazione 5500 automezzi. I carri armati - gli M13 da 60 tonnellate - sono 60 ed assolutamente inadeguati di fronte ai T34 sovietici o rispetto a quelli in dotazione dei tedeschi.
Intanto le straordinarie vittorie iniziali sembrano dar ragione a Hitler: le armate tedesche del nord conquistano con spettacolare facilità i paesi baltici e il nord-ovest della Russia, ponendo sotto assedio Leningrado in settembre; le armate del centro, il gruppo più consistente, dopo aver vinto le battaglie di Minsk, Bialystock e Viazma-Briansk, giungono alla periferia di Mosca a metà ottobre; le armate del sud, vinta una gran battaglia tra il Bug e il Dniepr, s'impadroniscono di Kiev (19 settembre) e della regione industriale del Donetz. L'offensiva tedesca viene però arrestata soltanto dal precoce inverno russo, che crea notevoli problemi d'approvvigionamento ai reparti tedeschi e offre l'opportunità ai russi di dar vita alla guerra partigiana e di lanciare in dicembre una grande controffensiva nel settore di Mosca, che costringe le truppe tedesche ad una prima ritirata. Alla fine del 1941, dal punto di vista militare, i nazisti potevano vantare certamente vittorie trionfali ma, al tempo stesso, dovevano prendere atto del fatto che la guerra lampo si era trasformata in una lunga guerra d'usura e di logoramento, poiché né l'Inghilterra né l'URSS avevano ceduto, pur avendo subìto colpi durissimi. Il 19 luglio 1942 Mussolini decide di inviare in Russia un intero Corpo d'Armata e il CSIR è inquadrato nell'8* armata italiana, l'ARMIR (è la sigla dell'Armata Italiana in Russia) come XXXV Corpo d'Armata. I soldati sono 229.000 e il comando nella zona del fiume Don, è del generale Italo Gariboldi. Nel momento del massimo sviluppo l'ARMIR era costituita da dieci divisioni: Julia - Tridentina - Cosseria - Celere - Torino - Cuneense - Ravenna - Sforzesca - Pasubio - Vicenza. L'ARMIR fu travolta dall'offensiva sovietica del dicembre 1942. Si sa come è andata a finire.
Ora si contano a centinaia i libri, i saggi e gli articoli che parlano di queste armate italiane (CSRI e ARMIR) inviate a combattere contro l'URSS nella II Guerra Mondiale. C'è, in pratica, una vera e propria biblioteca dove si trovano opere di chi apparteneva all'esercito e di chi ha analizzato le tappe della "Campagna di Russia" partendo da valutazioni personali riferite, comunque, al teatro di guerra. Analisi, quindi, segnate dalla tecnica militare. Ma ci sono anche quei vastissimi campi d'indagine e di memorialistica che riguardano le sorti dei prigionieri italiani, con ricordi e tante drammatiche storie di una guerra vissuta dagli umili. E qui valgono le incisive pagine di Nuto Revelli - La strada del davai - di Giulio Bedeschi - Centomila gavette di ghiaccio - e di Egisto Corradi - La ritirata di Russia. Ed ecco che - grazie a I prigionieri italiani in Russia edito nella Biblioteca storica de "Il Mulino" - (Bologna 2004, pp.332, euro 21,00) - troviamo nuove chiavi di lettura di tutto un lungo e drammatico periodo che è stato (ed è ancora) oggetto di polemiche fra le tante associazioni che si occupano, appunto, della questione dei prigionieri, del ritrovamento dei cimiteri e del rimpatrio delle salme. L'opera scritta da Maria Teresa Giusti (svolge attività di ricerca nell'Università dell'Aquila e che sul tema della prigionia in Russia, cui si dedica da tempo, ha pubblicato diversi contributi in Italia e all'estero) - è monumentale. Abbraccia il periodo che va dal luglio 1941 - il momento dell'entrata nell'URSS dei soldati italiani - sino al 1946 (con appendici storiche che si spingono sino al 1954). In pratica il cosiddetto dopoguerra che segna l'avvio di una "nuova" guerra. Quella fredda. L'Autrice riesce ad unire in modo chiaro e pacato la drammaticità di quei periodi con la formazione del CSRI e del successivo ARMIR. Illustra, spiega, documenta, analizza la situazione italiana e conduce poi il lettore entro i confini dell'Urss preparandolo alla tragedia. Ma lo fa senza enfasi "ideologica". Non c'è nelle pagine di quest'opera nessuna volontà di reinterpretare i fatti o di sminuire le testimonianze di parte (di tutte le parti...). C'è, invece, un aggancio scientifico che si avvale di una documentazione ossessionante, precisa al millimetro, con testi di varia natura ed anche - e qui sta la grande novità dell'opera - usufruendo della conoscenza di fonti ed archivi sovietici venuti ora alla luce grazie al mutato clima politico della Russia di questi anni.
L'A. utilizza ampiamente quanto è riuscita a trovare negli incartamenti sovietici con un minuzioso e originale lavoro di recupero di preziosi documenti storici. I quali ci restituiscono una verità per troppo tempo oscurata (volutamente) dal Cremlino sovietico. Il libro affronta così le alterne vicende dei soldati e del loro successivo internamento nei campi per prigionieri. Pochi sopraviveranno riuscendo a tornare in Italia dopo mille peripezie. Vittime ancora una volta della nuova guerra ("fredda") che impazza sul continente Un capitolo particolare dell'opera è quello che ricorda il periodo della "cattura" e le paurose marce verso i campi di concentramento. Qui l'A. - tra l'altro - da prova di una profonda conoscenza della realtà sovietica quando, riferendo la testimonianza di un soldato italiano che narra del suo gruppo attaccato "dalle orde cosacche", precisa subito che non si doveva trattare di cosacchi perché questi "si schierarono con l'esercito dell'Asse". L'A. fa così "giustizia" di quel luogo comune - tanto usato dalla pubblicistica degli anni della guerra fredda - teso a presentare i "russi" come barbari cosacchi. La documentazione presente nel libro è eccezionale poiché sono illustrate, sin nei minimi dettagli, le pratiche relative alle registrazioni attuate dalla NKVD (il Commissariato degli affari interni) e quelle, di segno opposto, approntate dagli stessi prigionieri. Si apre - e sta anche in questo uno dei meriti del libro - il capitolo relativo ai comunisti italiani presenti nell'Urss e al loro atteggiamento nei confronti della "questione" dei prigionieri. Si parla ampiamente di Palmiro Togliatti e di Vincenzo Bianco (era il rappresentante del Pc d'Italia - il centro estero di Parigi - presso il Comitato esecutivo del Komintern; carica che ricoprì dal 1940 sino al 1943) notando che "dovevano essere sicuramente informati su quanto era accaduto al fronte e sull'odissea che stavano vivendo i prigionieri loro connazionali" (p. 53). 
C'è nel libro la ricostruzione di quegli scambi di "opinioni" tra Bianco (che era incaricato di occuparsi del lavoro politico con i prigionieri di guerra italiani) e Togliatti che rivela il clima di tensione - l'anno era il 1943 - che si respirava nel paese sovietico segnato da una mancanza di libertà d'azione. Togliatti e Bianco non avevano, infatti, nessuna capacità propositiva di fronte al potere staliniano ed aderivano, quindi, ai canoni del comunismo internazionale. Ci viene comunque ricordato che Togliatti considerava Bianco "troppo sentimentale" perché disposto ad aiutare i prigionieri... Ampio spazio viene poi dato ai campi di prigionia. C'è, qui, tutta una geografia dell'orrore. Con un armata italiana stremata e imprigionata in un paese dominato dal gelo. Con l'aggravante che il potere sovietico voleva "redimerli" obbligandoli a seguire corsi d'indottrinamento politico. E qui pagine di valore storico riguardano quel "giornale" intitolato "L'Alba" che veniva redatto da comunisti italiani e distribuito ai prigionieri. Seguono precise indicazioni, tabelle (una dettagliata contabilità degli internati e dei morti), elenchi di campi con nomi e indirizzi delle tante e tante località di reclusione. Altro settore d'indagine riguarda, infine, la questione dei dispersi e quella delle trattative sul rimpatrio. La tragedia dell'ARMIR è comunque ancora aperta. Rimangono - nota l'A. - una serie d'interrogativi. Ci sono ancora carte da scoprire. Ma forse - come sempre - "occorre anche che il tempo compia la propria opera: che le passioni si spengano e la memoria dia luogo alla storia".
Sono queste le parole che concludono il libro. E ci sembrano proprio quelle più giuste ed intelligenti. Perché nel momento che pongono un punto finale all'opera aprono nuovi campi d'indagine. Più sereni. Il merito di Maria Teresa Giusti sembra proprio questo: aver documentato una delle pagine più dolorose - per l'Italia e per l'URSS - riuscendo a mantenere rigore storico ed onestà intellettuale pur muovendosi nel labirinto di verità scioccanti. Siamo, quindi, di fronte ad un lavoro di notevole spessore che si legge bene. Apre squarci di grande originalità interpretativa. E dimostra, tra l'altro, che la Storia non può essere considerata e definita - come fanno invece i negatori della verità - come un blocco indistinto.

Recensione di Carlo Benedetti

Ultimo Aggiornamento: venerdì, 17 novembre 2017 22:09

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