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COMUNISMO - RICHARD PIPES - RIZZOLI

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COMUNISMO - RICHARD PIPES - RIZZOLI
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Se volete leggere un buon libro contro il comunismo e contro quell’esperienza rivoluzionaria scaturita dall’Ottobre 1917, ebbene questa è l’opera adatta. Estremamente sintetica, densa di teorie complottistiche, carica d’esperienze drammatiche e di paurose semplificazioni. Non solo: si legge senza difficoltà, a patto che si rinunci ad un atteggiamento critico nel merito e nel metodo. Libro, quindi, di parte senza ombra d’umiltà, senza riflessioni o approcci scientifici. Una sorta di “Bignami” (ci si perdoni il sacrilego accostamento…) valido per chi dovesse sostenere esami d’anticomunismo.
E veniamo al tema partendo dalla domanda fondamentale: che cosa è il comunismo? E’ una religione-secolare? Secondo vari testi di filosofia e politologia è al tempo stesso dottrina e sistema politico-sociale; fondato sul principio dell'uguaglianza reale (non astratta né puramente nominale), che comporta, anche se non necessariamente, il possesso comune di tutti i beni e l'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Ispirato all'istanza di radicale rinnovamento della società umana, il comunismo – aggiungono questi testi - si è sviluppato attraverso i tempi con tematiche di varia ispirazione e non meno difformi teorizzazioni, cui sono seguiti rinnovati tentativi di realizzazione pratica. Premesso però che il termine comunismo designa nel linguaggio politico contemporaneo il complesso delle teorie e delle esperienze storiche che tra il XIX e il XX secolo hanno fatto riferimento al pensiero di Marx e di Lenin (marxismo-leninismo), va detto che taluni hanno riconosciuto primordiali forme di comunismo pratico fin dagli albori della civiltà. Il dibattito sul significato del “termine” è comunque sempre aperto. Pur se la recente dissoluzione dei sistemi politici dell’Est ha fatto sì che si parli ora di “crollo del comunismo”. Ed è appunto a questa fase storica che si riferisce il lavoro di Richard Pipes.
E’ lui (Professore emerito di Harvard, ex consigliere di Reagan per l'Est europeo e autore d’opere sulla storia russa come The Russian Revolution 1899-1919 scritta nel 1990 per “Collins Harvill” ed edita da “Mondadori” nel 1995 con il titolo La rivoluzione russa) che fa ora il punto sulla storia del comunismo affrontando l’intera “questione” nelle sue diverse “incarnazioni”: come ideale, nell’utopia di una società perfetta (delineata per esempio nella Repubblica di Platone dove si voleva introdurre il comunismo per affrancare dall’egoismo della proprietà privata le classi dirigenti, i “re filosofi” e i “custodi dello Stato”) fondata sulla piena eguaglianza sociale e sull’abolizione della proprietà privata… Ma Pipes non si concentra sull’esame dei fatti e delle diverse condizioni storiche. La sua ricostruzione si muove in un'ottica ideologica, e cioè di valutazione storica sulla base dell'ideologia. Sviluppa sì un ampio discorso su fatti elencati fuori del contesto socio-economico. Vede sì le realtà del comunismo così come si sono andate definendo. Ma nello stesso tempo si rivela più che mai campione di un revisionismo definito da molti critici “asciutto e competente”. E così, sottolineando la distinzione tra socialismo e comunismo, sostiene che è errata quella tesi che presenta socialismo e comunismo come versioni secolari e aggiornate del cristianesimo. E per accreditare tutto questo si richiama al filosofo russo Vladimir Solov’ev del XIX secolo. Il quale osservava che mentre Gesù esortava i seguaci a liberarsi dei loro beni, i socialisti e i comunisti vogliono invece distribuire i beni degli altri. E a questa notazione l’autore fa seguire altre analisi sia d’ordine filosofico sia politico che dovrebbero accompagnarci verso i lidi del comunismo reale.
Ecco così il capitolo dedicato al “leninismo” dove si ricostruisce la vicenda di Vladimir Lenin: dalla vita in famiglia all’attività rivoluzionaria; dall’esilio in Germania al rientro a Pietrogrado in Russia, con l’avvio della Rivoluzione. E qui – secondo Pipes – la nuova costruzione comunista non fu provocata da un’insurrezione popolare, ma imposta “da una piccola minoranza che si nascondeva dietro slogan democratici”. Ed è su questa tesi che si sviluppa il lavoro. Una rivoluzione vista come “colpo di stato”, come “colpo di mano”. Con Lenin che camuffa la presa di potere - sua e del suo partito – con uno slogan (“tutto il potere ai soviet”) che “prometteva una democrazia popolare piuttosto che la dittatura” (p.63). Viene così liquidata con tale concezione l’immensa lotta rivoluzionaria della quale Lenin è stato ideologo, attore e regista. Il comunismo, in Russia, secondo Pipes: “non fu il risultato di un’insurrezione popolare”. E ancora: i rivoluzionari vinsero la successiva guerra civile perché controllavano la zona più popolosa del paese (dotata di industrie) e perché “le potenze occidentali diedero solo un timido aiuto al loro oppositori, noti come bianchi”. Nessuna parola a corredo di quell’intervento straniero che fu, forte e pesante soprattutto nelle regioni dell’Estremo Oriente (dove - aggiungiamo noi – parteciparono anche reparti di carabinieri inviati dall’Italia…).
Tutto il potere, quindi, (secondo Pipes) a Lenin sino al maggio del 1922 quando la sua salute comincia ad indebolirsi. Ed è così – nella ricostruzione fatta da quest’opera – che il capo della rivoluzione si sente perseguitato “da un senso di fallimento”. Sconvolto anche perché sente che i suoi collaboratori (e il popolo russo) non sono all’altezza della “grande missione” (p.83). Si apre così la pagina di Stalin. Pipes si sofferma sulle repressioni e su quella “macchina del terrore” che praticamente non risparmiò nessuno dei dirigenti del Paese. Concentra poi la sua attenzione sul “fenomeno” del nazionalismo notando che fu Stalin il primo comunista a capire e a sfruttare le potenzialità politiche del nazionalismo russo (p.105). E’ così ricorda che nel 1934 – dopo l’ascesa al potere di Hitler – Stalin riportò in auge i valori del patriottismo russo. Una notazione, questa, che fa dire a Pipes che oggi la nostalgia dei russi per l’Unione Sovietica: “non deriva dal desiderio di restaurare il suo regime comunista ma quasi esclusivamente dal ricordo di come era esaltante essere rispettati e temuti dalle altre nazioni” (p.107). Su questo aspetto concordiamo con la tesi di Pipes. Ma vogliamo subito sottolineare che per i russi la “loro” Russia è sempre stata quella compresa nei confini dell’Unione Sovietica. E che Russia e Ortodossia sono sempre stati il collante della nazione russa.
Ma andiamo avanti nella lettura e nell’analisi. Pipes parla di uno Stalin paranoico, megalomane e sadico. Ma con la vittoria sul nazismo Stalin tornò sul piedistallo del Cremlino. E la vittoria – ricordiamolo sempre – sancì più che mai l’unità del popolo russo.
Quanto al successore, Kruscev, Pipes sostiene che la campagna da lui avviata contro Stalin fu sì coraggiosa, ma il suo effetto fu quello di minare la legittimità del regime. Ne consegue una lettura chiara del futuro: fu Kruscev a dare inizio “alla lenta ma inesorabile delegittimazione del comunismo” (p.114). Poi si arriva a quella sostituzione del leader del Cremlino. E qui Pipes corre avanti omettendo i grandi temi della svolta. Parla solo di una classe dirigente “stanca” dell’attività kruscioviana. E così introduce il periodo di Breznev e di tutti gli altri per giungere a sostenere che “il comunismo in Russia (…) bruciò fino a estinguersi. Aveva chiesto troppo e dato troppo poco” (p.125).
Il disegno generale dell’autore è ormai ben chiaro. Il comunismo – egli sostiene – si è rivelato “un’impresa perdente” (p.157). E gli esempi che vengono portati a commento di questa lapide sono di varia natura. Toccano, in particolare, L’Est e l’Ovest. Ma anche, e soprattutto, le aree del terzo mondo. Quindi: nessuna paura. Il comunismo non resusciterà. “E se mai resusciterà – conclude Pipes – lo farà per sfidare la storia, nella certezza di un altro costoso fallimento. Un’impresa del genere sarebbe al limite della follia, che è stata definita come il fare la stessa cosa più e più volte aspettandosi di ottenere risultati diversi” (p.216). La condanna è senza appello. Parola di Richard Pipes. Ma con tanti saluti da parte di chi crede che la storia sia – terribilmente - un po’ più complessa.

Recensione di Carlo Benedetti

Ultimo Aggiornamento: mercoledì, 22 novembre 2017 17:16

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