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DEMOCRAZIE E IMPERO - NOAM CHOMSKY - DATANEWS

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DEMOCRAZIE E IMPERO - NOAM CHOMSKY - DATANEWS
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Quest’autore sembra un personaggio irreale. E’ una figura complessa, avvincente. Ma è sempre fuori dal coro mostrando, nello stesso tempo, un’incredibile consapevolezza critica. Le definizioni che lo accompagnano sono tante. E’ definito esponente di spicco della sinistra radicale americana e fondatore della nuova linguistica generativa; saggista politico ed intellettuale scomodo; uomo dall’attivismo sbalorditivo la cui militanza è basata su principi come la verità e la giustizia; intellettuale libero che studia i meccanismi della fabbricazione del consenso; è – come ha notato Lucio Manisco - l'autore vivente più citato dall'Arts and Humanities Citation Index ed è l'ottavo di tutti i tempi, dopo Platone e Freud; è l’autore più cannibalized, più saccheggiato e riciclato del mondo. Stiamo parlando, ovviamente, di Noam Chomsky che in quest’agile libro affronta, con una serie d’interviste, i temi degli Usa e dell’Europa, del Medio Oriente, dell’America Latina e di tutte le questioni relative a quella che è definita come “dottrina Bush”.
Si snoda così, attraverso le varie sollecitazioni dei giornalisti, il “credo” di questo razionale ed eversivo “radical” statunitense. Si delinea il suo essere “contro” restando sempre nel campo della realtà. Mai, di conseguenza, una parola che contribuisca ad ammorbidire le posizioni. Il personaggio sa bene che molto fango gli sarà gettato addosso, ma riesce pur sempre a superare brillantemente le prove.
Eccolo, pertanto, a confronto con quegli Stati Uniti che hanno inculcato in testa alla popolazione il fatto di appartenere tutti al ceto medio… Chomsky respinge questa semplificazione. Non crede – e lo dimostrerà fornendo analisi e riflessioni – a questo livellamento sociale, ad un insieme di cittadini accomunati dalla medesima condizione sociale ed economica. Con un disegno globale che tende ad eliminare classe, rango, ceto. Chomsky ha sempre presente quel meccanismo che punta alla formazione della mentalità e dell’opinione pubblica in generale. E così va avanti con le sue analisi che, se a prima vista possono sembrare provocazioni, risultano poi un vero strumento di lavoro per comprendere la realtà sociale, la sua dinamica. Di conseguenza ogni sua affermazione c’impone una ginnastica mentale che porta ad individuare le trappole del potere assoluto.
Molte ed inedite appaiono così le sue notazioni sulla realtà e sulla storia del nostro continente. Perché parlando dei concetti di “vecchia” o di “nuova” Europa ci spiega le tante relazioni che si hanno con la potenza d’oltreoceano. E in questo contesto non manca di far rilevare che gli Stati Uniti hanno bisogno, oggi più che mai, di controllare le grandi risorse energetiche per assicurarsi che “l’Europa e l’Asia non partano per la tangente”. L’accento di Chomsky, quindi, è sulle questioni di strategia economica. Ma da questa base parte poi per richiamare l’Europa ad un ruolo autonomo nel quadro mondiale. Ad esempio – egli nota – sul conflitto arabo-israeliano. Perché proprio in questo contesto - se si vuol giungere ad una soluzione - bisogna “rompere con il padrone”. Smettere di prendere ordini dagli Usa. Questo il senso del discorso del politologo. Il quale - in un’altra intervista tutta centrata sul Medio Oriente - affronta questioni estremamente scottanti pur se tutte al limite della provocazione. Riferendosi così alla Germania sostiene che in quel paese Israele e la comunità ebraica “usano l’Olocausto come un ariete, per impedire la critica di Israele” (p.31). E si comprende bene – qui – il senso di quelle dure critiche che la comunità ebraica americana scarica sull’ebreo Chomsky (figlio di ebrei che fuggirono dalla Russia nel 1913).
Ma nonostante attacchi e polemiche questo “radical” va avanti sostenendo sempre che la questione tra arabi ed ebrei si può risolvere solo con un dialogo reale e con il riconoscimento delle due realtà.
Altro tema di grand’attualità che questo libro affronta è quello della guerra in Iraq. Chomsky sostiene che agli Usa non importa molto del terrorismo (p.46) perché il problema centrale consiste nello stabilire in quell’area “la prima base militare sicura in uno Stato vassallo e dipendente, che si trova al centro della regione del mondo che produce petrolio” (p.47). E sempre per rafforzare le sue tesi ricorda che quanto a delitti e distruzioni sono gli Stati potenti ad aver “superato di gran lunga qualsiasi atto che potrebbe essere perpetrato dai cosiddetti gruppi terroristi o nazionalisti” (p.54). Si riferisce così all’Iraq d’oggi e al Cile del 1973 dove il golpe contro Pinochet “fu anche l’inizio di una serie d’operazioni terroristiche internazionali sotto l’agenda della cosiddetta Operazione Condor”…
E gli esempi citati sono poi quelli d’altre guerre. Il Vietnam – ad esempio – con quella guerra chimica “iniziata da Kennedy” (p.56) e con le violenze della Francia in Africa, della Gran Bretagna in Kenya…
Chomsky torna così ad aprire il discorso sulle barbarie. E insiste sull’Iraq e sull’invasione di una cittadina come Fallujah (“un crimine di guerra simile alla distruzione russa di Grozny”). Tutto questo per concludere sottolineando le pesanti e tragiche responsabilità del Presidente Bush. “Negli Stati Uniti – ricorda questo “radical” che manifesta il suo essere contro in qualsiasi occasione – esiste un Atto sui crimini di guerra… secondo il quale le gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra sono soggette alla pena di morte. E questo non riguarda i soldati che le hanno compiute, ma direttamente i loro comandanti”.
Fin qui le tesi di Chomsky. Ma una parte significativa del libro è quella che si riferisce alla biografia dell’autore. C’è qui non solo un’accurata ricostruzione delle maggiori tappe della sua vita, ma c’è anche un preciso ragionamento sull’evolversi del suo pensiero. Tutto con una ricostruzione organica che va dalle posizioni giovanili (“sempre dalla parte dei perdenti”) alle prime letture anarchiche e marxiste (“dagli scritti di Diego Abad de Santillan sulla guerra civile spagnola a Karl Liebnecht, Rosa Luxemburg, Karl Korsh”); dalla passione per Bertrand Russell alla scuola di Roman Jakobson. Non mancano, in questa biografia, accenni a quel “caso Faurisson”, il professore di letteratura francese all’università di Lione che negò l’esistenza delle camere a gas nella Germania nazista. Chomsky fu allora coinvolto nelle polemiche sostenendo, tra l’altro, che Faurisson era solo un “liberale apolitico”. E l’affermazione fu interpretata come un atto di simpatia verso il lavoro di Faurisson e le reazioni furono più che mai violente. Su Chomsky il “caso” ha lasciato un marchio indelebile. Ma quest’intellettuale continua a ribattere alle critiche: scrive e parla. Per generazioni di dissidenti è una limpida figura di riferimento. Per gli studiosi di linguistica è un leader.

Recensione di Carlo Benedetti
Ultimo Aggiornamento: sabato, 20 gennaio 2018 23:52

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