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GEOPOLITICA DEL XXI SECOLO - CARLO JEAN - LATERZA

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GEOPOLITICA DEL XXI SECOLO - CARLO JEAN - LATERZA
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Prima dell’11 settembre 2001. Dopo l’11 settembre 2001. Sono ormai queste le due grandi definizioni che scandiscono l’attuale politologia. E, di conseguenza, gli studi di geopolitica devono esplorare con pazienza e determinazione le vie della politica e della diplomazia. Ed è questo l’obiettivo che si è posto Carlo Jean, generale di corpo d’armata, presidente del Centro studi di geopolitica economica, docente di Studi strategici alla Luiss di Roma e noto autore di numerosi articoli, libri e saggi. Ecco questo suo lavoro che affronta gli equilibri e gli squilibri del vecchio e del nuovo secolo. Jean – con studi che vanno ben al di là di una cronaca ragionata – si impegna ad investigare il senso più profondo dei recenti avvenimenti. Parte da quell’11 settembre per rilevare che l’evoluzione geopolitica mondiale è stata trainata soprattutto da quella della politica americana. E poi per dire, di conseguenza, che tra le vittime dell’11 settembre debbono essere annoverate quelle teorie geopolitiche che hanno dominato nel decennio successivo alla fine della guerra fredda: dal nuovo ordine mondiale alla fine della storia; dalla sostituzione della geopolitica con la geoeconomia; dalla morte dello Stato e dei territori allo Stato postmoderno; dallo scontro di civiltà al nuovo Medioevo.
Il punto cardine, comunque, è quello della guerra fredda. Un “termine” – ricordiamolo – usato per la prima volta nel 1947 dal finanziere americano Bernard Baruch e che sta ad intendere quel complesso di avvenimenti che si sono registrati nel mondo dopo la seconda guerra mondiale e che hanno caratterizzato l'antagonismo di potere fra le due massime potenze mondiali: gli Stati Uniti d'America e l'Unione Sovietica. Tutto per non parlare di quel “sipario di ferro” descritto da Winston Churchill nel discorso pronunciato a Fulton (Missouri) poco prima, nel 1946.
Jean, quindi, si muove all’interno di questo “scontro di civiltà” mantenendo sempre posizioni di obiettività e mai ricorrendo a scorciatoie sbrigative. Parla così della geopolitica del post guerra fredda descrivendo il passaggio da un mondo bipolare a quello unipolare. Per arrivare a sostenere che per i prossimi decenni non è prevedibile che sorga una potenza in grado di contrapporsi agli Usa. Il dibattito geopolitico attuale, infatti, riguarda in primo luogo, la questione se la crisi determinatasi nei rapporti fra Stati Uniti ed Europa sia temporanea e sanabile, oppure permanente e strutturale (pag.3). E’ da questo punto cardinale che muove la sua analisi prevedendo, di conseguenza, che nei prossimi decenni il mondo rimarrà unipolare, con un’unica grande potenza globale: gli Stati Uniti. Una “unipolarità”, quindi, vista come realtà e non come opzione. Entra in campo, ora, un personaggio come Henry Kissinger, quel politologo statunitense di origine tedesca (docente di Scienze Politiche a Haward) che divenne, con Nixon, consigliere speciale per gli affari esteri (1968) e dal 1973 Segretario di Stato, carica che mantenne fino al 1977 anche con il presidente Ford. Fu lui che si distinse per aver contribuito all’attuazione del processo di distensione con l’Urss durante i governi di Nixon e Ford, oltre che per aver favorito la trattativa di pace con il Vietnam. Fu la sua prospettiva equilibratrice ed anti-conflittuale, basata sul dialogo e sullo scambio negoziale in particolare verso la Cina e l’Unione Sovietica, ad avere risultati politici in numerosi accordi e svolte fondamentali, non ultimi il ritiro dal Vietnam, la mediazione nel conflitto arabo-israeliano ed il coinvolgimento nel golpe contro Allende in Cile.
Ma torniamo a Jean che nel libro presenta le azioni di Kissinger (“un realista conservatore”) e le tesi di Joseph Nye, neorealista (neocons) che afferma l’importanza del soft power (un potere morbido che rappresenta l’abilità di raggiungere i propri obiettivi in politica internazionale attraverso l’attrazione, e senza coercizione, rispetto all’hard power, quel potere forte misto di carota e bastone…). Seguono analisi e citazioni dalla schiera di neoconservatori come Wolfowitz, Perle, Kagan e di nazionalisti come Cheney, Rumsfeld, Rice, Haass. (p.5).
Jean passa quindi a ricordarci che all’inizio degli anni Novanta fu Edward Luttwak (politologo, direttore del centro di studi strategici e internazionali della Georgetown University di Washington, da sempre considerato come uomo del Pentagono) a sostenere – insieme al presidente Clinton – che la geoeconomia aveva sostituito la geopolitica (pp.6-7). Segue un paragrafo che ci ricorda gli anni Novanta intesi come confine ultimo della guerra fredda, ma anche come punto di riorganizzazione della geopolitica mondiale attorno ad una sola grande potenza: gli Usa come centro del sistema. Gli Usa, quindi, come “fenomeno” del grande sviluppo economico. Tutto, però, seguito, dalla crescita della potenza economica e militare della Cina e dell’India. Con la conseguente decadenza della Russia; con l’incapacità dell’Europa di divenire un attore politico-strategico globale e con le turbolenze dell’Islam. Il quadro generale è quello dell’accelerazione del progresso scientifico e tecnologico, della competizione per il possesso di risorse rare; degli squilibri demografici; della diffusione delle nuove tecnologie dell’informazione. (pp.9-11).
Ma quale è, in questo contesto, l’effetto geopoliticamente più rilevante degli attentati dell’11 settembre? E’ stato quello – risponde e documenta Jean - di mobilitare il patriottismo dell’opinione pubblica americana, di aumentare il sostegno al governo federale e di consentire all’Amministrazione di assumere impegni all’estero che altrimenti sarebbero stati impossibili (p.13). Ecco perché in questi contesti potrebbe tramontare l’influenza dei neoconservatives e riprendere quella dei realisti alla Kissinger. Ben difficilmente potrà affermarsi – sostiene l’autore - un “internazionalismo liberale”, come lo intendono taluni europei. Perché lo impediscono sia la superiorità globale degli Usa sia la convinzione dell’eccezzionalità etico-politica americana che domina sia tra i repubblicani sia tra i democratici. (p.14). Altro punto interessante del libro è dove si presenta una suddivisione del mondo che, secondo la scuola realista, sarebbe catalogabile in tre categorie di stati: gli Stati Uniti, le grandi potenze regionali, le piccole potenze che si sentono minacciate dalle precedenti e che possono resistere, mantenendo lo statu quo, solo con l’aiuto americano (p.14).
Si delinea così il programma dei neoconservatori americani che consiste nell’imporre, anche con la forza, valori etico-politici e istituzioni propri degli Stati Uniti, al fine di garantire la sicurezza anche a lungo termine (p.16). E in questo contesto più che mai significativi i riferimenti al britannico Halford J. Mackinder con la sua nota teoria dello “Heartland” (il nucleo centrale del globo cui fanno da contrappeso le potenze marittime) e all’olandese Nicholas J. Spykman sostenitore dell’importanza del fattore marittimo nell'ascesa degli Stati. E cioè quella fascia peninsulare (denominata “Rimland”) che costituisce la zona più dinamica della terra; quella che ha originato le maggiori perturbazioni geopolitiche degli ultimi due secoli. Jean affronta quindi il cuore del problema: la geopolitica dopo l’11 settembre. E lo fa per sostenere che quegli attentati e la guerra al terrorismo e all’Iraq non hanno mutato sostanzialmente le tendenze della geopolitica mondiale. Le hanno solo accelerate. E così tra le vittime dell’11 settembre vi sono le teorie della fine dello Stato, del territorio, della sovranità e della storia. Proprio perché la rapidità con cui Washington ha identificato l’aggressore e la decisione con cui lo ha attaccato – a torto o a ragione – hanno contribuito a far superare l’impatto negativo degli attentati (p.21). Ecco quindi che si può sostenere che dopo la fine della guerra fredda, il mondo è divenuto unipolare e, dopo l’11 settembre, è rimasto tale. Detto questo risulta chiaramente che la superiorità militare non significa che Washington possa raggiungere qualsiasi obiettivo con il ricorso alle armi. (p.22).
E così il pericolo principale che corrono gli Usa è che l’incontrastata superiorità militare li induca – ora più che mai - a militarizzare la politica estera e ad indebolire il soft power, cioè la loro capacità d’attrazione. Gli Usa, infatti, corrono il rischio di vincere le guerre, ma non le paci. Perché dopo l’11 settembre il futuro del mondo dipende dall’equilibrio fra hard e soft power e dalla capacità dei governi americani di mantenere la mobilitazione dell’opinione pubblica, tendenzialmente isolazionista, a favore degli impegni internazionali degli Usa (pp.23-24).
Entra in scena, proprio in questo contesto, il fattore europeo. Perché per gli Usa è importante ottenere il sostegno dell’Europa per la sua potenza militare ed economica (p. 31). L’analisi di Jean prosegue con ampie sottolineature del ruolo che nel contesto mondiale spetta alle risorse naturali considerate come fattore della nuova geopolitica (p.37).
Ma ecco ora la parte che riguarda la guerra dell’Iraq, quella per il petrolio e poi le questioni dei condizionamenti geopolitici della Cina e dell’India (p.40). Siamo alla geopolitica americana. Che – nota Jean - continua ad essere caratterizzata dalla presenza di due scuole: idealistica, o wilsoniana, e realista. E in questo contesto si delineano quattro fasi storiche dell’espansione geopolitica americana. La prima fase che va dalla dichiarazione d’indipendenza a tutto il XIX secolo consiste nella conquista del continente americano; la seconda, quella espansiva, è un approccio realista con le difese dell’emisfero (la guerra a Cuba nel 1898, la conquista delle Hawaii); la terza è quella imperiale con gli Usa che presidiano i due rims, europeo e asiatico, ed emergono come superpotenza mondiale; la quarta è relativa agli Usa che non hanno più rivali a livello mondiale. E così il cuore della terra – per usare un’espressione di Mackinder – non è più nel continente eurasiatico, ma negli Stati Uniti. Il rim perde d’importanza. N’acquistano invece i rapporti con la Russia e la Cina (pp.57-59).
Da questo ampio panorama esce una chiara dimostrazione: la globalizzazione si trasforma rapidamente da occidentalizzazione in americanizzazione. Il soft power domina sull’ hard power. (pp.60-61). Intanto avviene che gli Stati Uniti si sono installati nell’Europa centro-orientale e stanno pensando di dislocarvi permanentemente parte delle loro forze. Mentre Mosca non ha alternativa ad occidentalizzarsi, per evitare il collasso della Federazione (p.65). Entrano in campo – in questa analisi geopolitica del XXI secolo – le diverse anime dell’Europa con i loro confini orientali e con la politica nei confronti della Russia. (pp.86-89). Tutto questo fa dire a Jean che la geopolitica è geostoria. E che, come l’araba fenice, essa resuscita sempre, spesso nei modi e momenti più impensati (p.90). E a proposito di “confini” è più che mai chiaro che per gli americani oggi il nostro Mediterraneo è essenzialmente una via di comunicazione prolungata sino al mar Nero, al Caucaso e all’Asia centrale (p.92). Qui, prima di affrontare il capitolo riservato alla Russia l’autore ci ricorda che la decadenza dell’Europa non è nuova. E in questo contesto, non a caso, richiama quelle idee d’Oswald Spengler il pensatore tedesco autore di quel celebre lavoro intitolato Il tramonto dell’Occidente compendio di una morfologia della storia universale. Ed ecco la Russia che, dopo la frammentazione dell’Urss, è incerta sulla propria identità e sul proprio ruolo nel mondo. Si è allontanato lo spettro di una balcanizzazione. Ma potrebbero scoppiare guerre sanguinose, di cui quelle del Caucaso sono solo la punta di un iceberg (p.108). Una “tematica” – questa – più che mai tempestiva viste le recenti vicende della Cecenia…
Quanto alle teorie “eurasiste” Jean si ricollega all’ideologo russo Dugin per spiegare ed analizzare quanto si va dicendo a Mosca. Dove c’è, appunto, chi sostiene che il ruolo geopolitico di Mosca – la “Terza Roma” – sia di amalgamare la massa continentale eurasiatica contro l’influsso “malvagio” e globalizzante delle potenze marittime guidate dagli Usa. Tutte le tendenze (nazionaliste) sono così sostenute in Russia anche dalle correnti più tradizionaliste della Chiesa ortodossa, la cui influenza politica sta rapidamente crescendo (p. 110). Interessante in questo contesto il giudizio di Jean su Putin. Il quale “non è un europeista, ma solo un modernizzatore”. Quanto alla geopolitica russa, in generale, l’autore rileva che il Cremlino d’oggi ha ceduto alla Cina il rango di superpotenza asiatica. Con gli Usa che si sono installati nel Caucaso, nel bacino del Caspio e nell’Asia centrale (p.112). Un Putin, quindi, “pragmatico, riflessivo e consapevole della debolezza russa” che ha approfittato dell’11 settembre e della successiva guerra al terrorismo per allinearsi con gli Usa e imboccare la strada dell’europeizzazione. Sa che la Russia ha bisogno dell’Occidente e, di conseguenza, deve accettare compromessi (p.113).
La pagina che si apre è immensa ed anche segnata da tanti e tanti punti interrogativi. Ci sono qui Cina ed Eurasia orientale, Giappone e Stati Uniti. Con l’ombra sempre presente di un 11 settembre che ha avuto riflessi sulla stabilità dell’intera area orientale. Quali, quindi, gli scenari del XXI secolo? Una battaglia per l’unità dell’Occidente e le Nazioni unite? Un rafforzamento degli Stati e la fine dell’utopia di un governo mondiale? E a tutto questo ci sarà uno scenario euroatlantico che andrà messo nel conto. Riguarderà la Nato, l’Europa, la Ue.
Jean non propone soluzioni. Non avanza ipotesi. Mette solo in guardia. E ricorda che il merito maggiore della geopolitica è proprio quello di poter raccordare il globale con il locale, il potere con le ambizioni. Libro complesso, quindi. Che ci ricorda per citare Hemingway – che l’importante è scrivere iniziando sempre da ciò che si conosce. E questa opera di Jean si colloca, appunto, sulla strada di una politologia del XXI secolo che prima di essere anticipata e prevista deve trovare le sue basi storiche e sociali. Il libro è basato su tutto questo.

Recensione di Carlo Benedetti
Ultimo Aggiornamento: sabato, 23 giugno 2018 20:09

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