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ASPRO E DOLCE - MAURO CORONA - MONDADORI

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Molti anni fa andai a passare la notte di Capodanno nel vicentino, terra di produzione di vini e distillati di qualità, inevitabilmente terra di bevitori. Ero ospite di amici e ci recammo in un ristorante. Verso la mezzanotte, un avventore, noto per la sua spavalderia e il suo coraggio, in preda a grossa quantità di alcool, fece a pezzi il gesso che gli teneva immobilizzato un braccio fratturato, offrendo, a mo’ di reliquie, i pezzetti ai presenti. Alcune persone, anche del nostro gruppo, assistettero alla scena con una certa ammirazione, ritenendo il gesto dell’uomo una prova di mascolinità e di sprezzo del pericolo.
Anch’io avevo più volte attinto alla bottiglia del vino, nutrimento piacevole, appassionante nella sua varietà e nei mille gusti che è in grado di assumere. Restavo però abbastanza sobria da considerare con distacco il gesto dell’uomo, uno stupido fanfarone che avrebbe di certo pagato il suo spettacolino, visto che le ingessature vengono utilizzate in genere per motivi ben precisi.
Leggendo il libro di Corona, mi è tornata in mente quella serata. Il libro è infatti uno smisurato elenco di bravate, quasi quattrocento pagine di bullismo, di sopraffazioni, di scherzi crudeli fatti ad amici e non. Il libro è scritto bene e scorre via. Il lettore aspetta che il protagonista (si tratta di una autobiografia) si ravveda e inizi un percorso di disintossicazione. Nella quarta pagina di copertina è riportata infatti una frase dell’autore: “Il vino annienta la volontà. Da questo rischio mi ha salvato la natura. La fuga solitaria in mezzo ai boschi, nelle baite, sotto gli antri….”. Questa salvezza dall’alcolismo nel libro non c’è, non al di là di piccoli intervalli di vita, chiusi invariabilmente da una sbronza. Cosa si legge allora nella storia di Corona? Di certo vi si leggono in chiaro i motivi della nascita di una dipendenza: una vita monotona, la disgrazia improvvisa e devastante del Vaiont, lo spirito di emulazione, prima nei confronti degli adulti, poi degli amici o dei gruppi con i quali si viene a contatto, la “interruzione di vita” dovuta al servizio militare, il lavoro manuale duro e pericoloso.
La nostalgia dei tempi della giovinezza, però, confonde il narratore. Nella storia del gruppo di ragazzi non c’è niente di glorioso: gli anziani, i genitori non vengono rispettati, l’amicizia dura fino alla prima fucilata, così pure l’amore fraterno e molti episodi che dovrebbero mostrare la esuberante vitalità di giovani robusti nei confronti della montagna e delle sue insidie, si capovolgono fino a scadere nella sconsideratezza e nel teppismo.
I ragazzi bevono fino a perdere la consapevolezza di sé non perché siano tosti e coraggiosi, ma, al contrario, per farsi coraggio, perché altrimenti non avrebbero la forza di rapportarsi alla vita, né l’animo di accostarsi ad una donna, perché avrebbero voglia di scappare dalla loro realtà piccola e povera, per non confrontarsi fra di loro: si sentono uomini veri solo per il tramite di un bicchiere.
Insomma, Corona chiarisce bene che si entra in una dipendenza per infelicità e debolezza, per il desiderio di vivere meglio e di dimenticare fallimenti e disgrazie. Ci dice però anche che è quasi impossibile uscirne. La conclusione è amara e la narrazione non abbastanza limpida, ma compiaciuta e troppo ammirata, mentre narra episodi dei quali non si può certo essere fieri.

Recensione di Sandra Rebecchi
Ultimo Aggiornamento: mercoledì, 22 novembre 2017 17:21

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