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SOFT POWER - JOSEPH S.NYE JR - EINAUDI.

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Il “potere” come potenza, forza, dominio. Come diritto di compiere determinati atti. Come capacità di influire sulla volontà, sulle azioni di qualcuno. Un “potere” che rappresenta – in definitiva - l’esercizio della suprema autorità politica dello stato. E che implica, quindi, la possibilità di ricorrere a strumenti in grado di imporre la decisione presa a soggetti che non la condividano (anche con un brutale impiego della violenza fisica). E in questo contesto anche il controllo dell’informazione è buona parte del “potere”. Queste considerazioni ci rimandano – prima di entrare nel merito dell’opera in esame - a quel Niccolò Machiavelli il quale avvertiva che l’essere temuti era più importante dell’essere amati.
Potere a tutto campo (una sorta di equazione potere-coercizione), quindi, quello che esamina Joseph S.Nye jr., politologo di fama che – dopo essere stato capo del National Intelligence Council e assistente del segretario alla Difesa durante l’amministrazione Clinton - è ora Preside della Kennedy School of Government presso la Harvard University. Si deve a lui questo lavoro che affronta i complessi problemi di una attualità collegata al potere dell'influenza, dell'autorità, della potenza e della leadership. E in questo contesto analitico è anche utile ricordare un “episodio” che fa testo nella storia e nella vicenda globale dell’informazione giornalistica. Si riferisce a quell’inviato - primo e grande corrispondente di guerra, l'irlandese William Howard Russell – che sul fronte della Crimea (1854-1856), s’interrogò se dovesse descrivere o meno lo stato disastroso dell'esercito inglese: "Devo dire queste cose o chiudermi la bocca?", chiese in una lettera a John T. Delane, il direttore del "Times". C'era, infatti, il rischio che il quotidiano fosse accusato di disfattismo. Ma Delane rispose: "Continue to tell the truth", continua a dire la verità. Potere e verità, quindi, a confronto. Ed è un vero e proprio scontro che ritroviamo in questo libro di Nye che pur riferendosi al “nuovo” futuro dell’America parla anche dell’oggi, dei contrasti, delle dinamiche, delle paure e dei problemi. E mette in primo luogo l’accento sulle due grandi strategie relative alla gestione del potere.
Nye divide la strategia statunitense in due grandi fronti. Da un lato il “potere forte” (hard power) e dall’altro il “potere morbido” (soft power, termine del quale Nye stesso rivendica la paternità). Tutto ruota attorno a questi due sistemi di gestione. E, in particolare, è il soft power a dominare la ricerca illustrata nel libro in quanto è proprio questa “forma” che evidenzia la capacità di ottenere ciò che si vuole tramite la propria attrattiva piuttosto che per coercizione. Un potere moderato, soft, che nasce dal culto di ben determinate culture, da precisi ideali. Nye – che ha già avuto occasione di spiegare il suo atteggiamento nei confronti di questa “pratica” di potere con numerosi interventi nelle pagine del Washington Post, del Wall Street Journal e del New York Times – si sofferma ora ampiamente sui vari aspetti del soft.
Ecco, quindi, che ci è ricordato che siamo nell’era dell’informazione e che l’informazione è potere. Un potere che, per usare un’immagine, può essere paragonato al “tempo atmosferico”: tutti vi dipendono e ne parlano, ma pochi lo comprendono. Non solo, ma la politica mondiale – sempre in questo contesto - è diventata come una partita di scacchi… E il soft power è un insieme di politiche democratiche applicate giorno per giorno (p.8). Ma è anche vero che l’hard power e il soft power sono in relazione fra loro perché sono entrambi aspetti della capacità di raggiungere il proprio obiettivo (p.10). Nye parla delle “fonti” del soft power rilevando che alcuni analisti le fanno coincidere con il potere della cultura popolare. Ma commettono l’errore di equiparare l’esercizio del soft power alle sole risorse culturali che, a volte, contribuiscono a produrlo…
Qualche esempio è illuminante… Perché è chiaro ed ovvio – rileva Nye – che non necessariamente la Coca Cola e il Big Mac convincono i popoli islamici ad amare gli Usa (p.15). E qui si entra nella parte forse più interessante (vera e propria “rivelazione” ?!) di questa analisi. Si affronta, infatti, la questione della influenza che hanno, nel mondo, determinate azioni americane. Perché ci sono idee e valori che l’America “esporta” nelle menti di oltre mezzo milione di giovani stranieri che ogni anno studiano nelle università americane e, poi, tornano nei loro paesi di origine. Sembrerà un fatto normale, ma è qui che si individua la vera e propria azione di penetrazione degli Usa nelle culture di tutto il mondo. E gli esempi evidenziati sono di estremo interesse. Nye rileva che la maggior parte dei leader cinesi ha un figlio o una figlia istruita negli Stati Uniti che può offrire una visione realistica del paese, spesso in netto contrasto con le “caricature” diffuse dalla propaganda cinese. E ancora: quando gli Usa cercarono di convincere il presidente del Pakistan Musharraf a cambiare le sue politiche e mostrarsi più tollerante verso i provvedimenti americani in Afghanistan, fu probabilmente di aiuto il fatto che potesse essere in contatto con un figlio al lavoro nella regione di Boston (p.17). Si delinea, a poco a poco, il disegno americano. Che punta ad avere - in paesi che interessano Washington, strategicamente e politicamente - i suoi agenti di influenza.
Altri esempi descritti con dettagli sono quelli relativi alla vecchia Unione Sovietica. Ci fu, infatti, una precisa linea strategica americana che si andò sviluppando a partire dagli anni Cinquanta e che vide impegnate diverse fondazioni (Ford Foundation, Council of Learned Societies, Social Science Research Council ecc.) che avevano come obiettivo quello di stabilire contatti “culturali” con studenti e professori dell’Urss. E così tra il 1958 e il 1988 circa 50.000 sovietici visitarono gli Usa per “studio”. Erano scrittori, giornalisti, docenti ecc. Ed anche le elite di Mosca entrarono in questo giro. Come fu il caso di Aleksandr Yakovlev che fu “fortemente influenzato dagli studi condotti nel 1958 con l’esperto di scienze politiche David Truman alla Columbia University. Yakovlev diventò poi direttore di un importante istituto, membro del Politburo, e personaggio con una notevole influenza liberale sul leader sovietico Michail Gorbaciov…” (pp. 57-58).
Nye con questi esempi mette anche in evidenza aspetti “inediti” del soft power. La validità, cioè, di manovre tese a penetrare nel campo di altri paesi senza usare le maniere forti, senza effettuare interferenze di stampo militare.
Altri punti dell’indagine riguardano le conseguenze dell’11 settembre 2001. E precisamente quella sorta di interazione fra hard e soft power che andrà poi a misurarsi nella guerra in Iraq.
Importante è, poi, la parte del libro che spiega anche l’uso del soft power in altri paesi. In particolare nell’Urss. Nye spiega che la cultura sovietica esercitò per un periodo il suo fascino. Molti gli occidentali che si ritrovarono al fianco dell’Urss nella battaglia delle idee. Ma quell’ondata di atteggiamenti positivi non trovò risposte adeguate nella politica interna di Mosca. “In patria – scrive Nye – i proclami sovietici furono smentiti dalle rivelazioni che seguirono alla destalinizzazione nel 1955, e più tardi dal rallentamento economico”. E così dopo aver ricordato i lati negativi che caratterizzarono la politica estera sovietica (Ungheria del 1956, Cecoslovacchia del 1968) Nye giunge a concludere che: “Un sistema chiuso, la mancanza di una cultura popolare affascinante e politiche estere oppressive fecero sì che l’Unione Sovietica non fosse mai un serio antagonista degli Stati Uniti in termini di soft power durante la guerra fredda” (pp. 93-94). Tutta l’analisi si conclude con una riflessione di carattere interno, tutto americano. Il messaggio che Nye lancia è di stampo prettamente propagandistico. Dice, infatti, che “il successo dell’America dipenderà dalla nostra capacità di sviluppare una più profonda comprensione del ruolo del soft power nonché un migliore equilibrio tra hard e soft in politica estera. Ecco in cosa consiste il potere intelligente. L’abbiamo già fatto in passato; possiamo farlo ancora”. In pratica è una aperta confessione. Come dire: usiamo il soft per passare poi all’hard? E comunque in silenzio. Contando sul fatto che l’America - dotata di una incomparabile capacità di integrare i complessi sistemi di informazione - è, pur sempre, destinata al dominio politico del mondo. C’è solo da tener conto che, a volte, quella sorta di “controllo immateriale” esercitato a piacimento dagli strateghi americani non funziona. Il caso dell’Iraq è sotto i nostri occhi. Dobbiamo quindi ringraziare Nye se con le pagine di questa opera ci ha rivelato temi e problemi della strategia statunitense. E, soprattutto, ci ha fatto comprendere che il “potere intelligente” non è né hard né soft, “ma entrambe le cose”. E che tutto, comunque, va sempre inserito e considerato in un contesto di relazioni nazionali e internazionali.

Recensione di Carlo Benedetti

Ultimo Aggiornamento: domenica, 21 ottobre 2018 16:01

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